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Quando vale un uomo

ottobre 21, 2011

Nella Roma antica, la morte aveva un grande successo di pubblico. L’esecuzione di un condannato, vuoi in teatro o in un’arena, era accompagnata dalle urla di incoraggiamento e approvazione degli astanti. Si trattava di ladroni e criminali, talvolta di innocenti, spesso di avversari politici. La Rivoluzione francese ha conosciuto il periodo del Terrore; l’Italia, Piazzale Loreto. In tempi recenti, Saddam Hussein, Osama Bin Laden e – infine? – Ghaddafi. Il crollo del sanguinario non può non essere nel sangue.

Sono due le considerazioni che tento di far venir fuori, dal momento che queste agitano i miei sensi in modo ciclico, più o meno ad ogni esecuzione.

La prima riguarda lo spettacolo. Il materiale documentario – foto, video – sulle morti e, in modo più che abbondante, sulla morte del dittatore libico è a portata di occhi e orecchie. Basta poco per vedere l’agonia di una morte, seppure in differita. Ho letto pochi commenti di reazione, e comunque commenti postumi, magari accanto ad una galleria dell’orrore i cui contenuti espliciti potrebbero turbarvi. Ci siamo forse abituati alla morte? Qual è il limite oltre il quale l’umanità non è più tale? C’è ancora il recinto del nefas, il non-lecito, il nefasto? Sembrerebbe di no. Dal parto alla morte niente ci è più nascosto.

La seconda considerazione è di merito. Non esiste atto così grave cui vada corrisposta una violenza. Sia detto per le siringhe a comando elettronico dei lettini della Georgia, che per la pistola placcata d’oro di un ventenne libico. Don Italo Calabrò era un prete delle nostre terre, con il vizio di stare sempre dalla parte degli ultimi; a lui è attribuita una domanda e una risposta: Quando vale un uomo? Un uomo vale sempre. È difficile ammetterlo per tutti, ma c’è un orizzonte di umanità – che supera gli orientamenti della fede – che chiede con insistenza di essere universale, anche quando la morte di uno rappresenta la liberazione di molti.

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