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Considerazioni penultime su libri, ebooks ed altro

settembre 21, 2013

Ho appena acquistato su Google Play a 9.99€, un’edizione di un classico latino (Apuleio) a cura della UTET. Si tratta di un’edizione degli opera omnia il cui costo – per i volumi nuovi – si aggira sui 100€; l’opera, inoltre, risulta di difficile reperimento. Il costo dei due tomi usati è nettamente inferiore, per quanto resti complicato trovarli (su ebay ho trovato solo uno dei due volumi). La biblioteca della mia città (e dell’Università) possiede i due volumi di cui ho potuto fotocopiare alcune parti (come è facile intuire, si tratta di un’edizione piuttosto…voluminosa), ma per il tipo di ricerca che conduco mi serve averli a costante disposizione e, dunque, non solo in prestito né tantomeno in consultazione in loco.

 

Questa è la premessa esperienziale che mi ha indotto a voler mettere giù alcune considerazioni – necessariamente penultime – sul mondo degli ebook e dell’editoria digitale. Tralascio la querelle tra i bibliomani sensoriali e i fanatici della tecnologia, perché la trovo eccessivamente logora per dedicarmi, invece, ad alcuni punti su cui ritengo utile riflettere.

 Pendolo_ebook

La prima osservazione è di carattere metodologico: in questa fase, non ritengo appropriato considerare gli ebook come alternativa all’analogico tout court. Nella mia esperienza di lettore è capitato di leggere la stessa opera in più formati (Il pendolo di Foucault, di U. Eco; oggi, Il castello dei destini incrociati, di I. Calvino), in relazione alla contingenza del momento. Ho utilizzato, senza traumi e per comodità, il Kindle, l’iPad (attraverso l’app Kindle che sincronizza la lettura su dispositivi diversi) e il volume tradizionale (acquistato a 2€ da un ambulante). Non credo si tratti di un merito, ma di un normale desiderio di comodità.

 

Un’altra osservazione riguarda la necessità che i prodotti digitali acquisiscano sempre maggiore fruibilità ed efficienza. In questo senso, l’esperienza con cui ho aperto questo intervento è un utile esempio. La casa editrice UTET ha predisposto un’edizione pensata effettivamente per l’uso digitale e non una digitalizzazione di un prodotto già esistente. L’edizione di un classico in formato digitale comporta la difficoltà di rendere fruibile con immediatezza il testo originale e il testo tradotto, nonché le note di commento a piè di pagina o a fine capitolo. In questo caso, l’editore ha compiuto uno sforzo efficace rendendo il testo navigabile, ovvero adattando la forma al suo contenuto. È possibile lanciare una ricerca nel testo, le note sono dei link e la traduzione è consultabile cliccando sul testo originale. Considerazione non marginale: il costo è di 9.99€ contro i 100€ dell’analogico (nuovo). Un’operazione simile è da condurre anche su materiale più fluido, quali i romanzi: sempre maggiore possibilità di annotare il testo, di salvare in modo sicuro le proprie annotazioni.

 

Il terzo punto è, dunque, l’aspetto economico. Al momento, il risparmio nell’acquisto di un ebook è percepibile ma non in misura così determinante. In questa direzione ci sono delle novità, legate soprattutto alla grande distribuzione. Amazon, ad esempio, lancerà ad ottobre l’iniziativa matchbook, ovvero la possibilità di abbinare all’acquisto di un volume cartaceo il corrispondente ebook ad un prezzo irrisorio se non, in alcuni casi, gratuitamente. È una strategia che deriva dall’editoria musicale (almeno da una parte di quel mondo); alcune etichette, a me è capitato con SubPop, abbinano all’acquisto di un’opera in vinile, un codice attraverso il quale scaricare i file del disco (ovviamente, con l’acquisto di un CD i file audio si possono generare dal proprio computer senza particolari difficoltà). Una novità, infine, è rappresentata dal sorgere di iniziative quali Oyster, un programma che consente la lettura di libri digitali attraverso abbonamento: una sorta di Spotify per i libri, insomma. È una novità interessante che potenzialmente potrebbe modificare la nostra fruizione, la quale forse sarebbe condizionata ad esercitare un diritto acquistato mensilmente con lo stesso ricatto psicologico che conduce alcuni ad andare in palestra perché s’è già pagato l’abbonamento. L’esito di andare in palestra con regolarità è l’acquisizione di una migliore forma fisica, ma mi chiedo: è o non è un condizionamento della propria libertà?

L’ultima delle mie considerazioni penultime riguarda il concetto di bellezza. Credo che principalmente sia questa la ragione per la quale la forma tradizionale del libro non potrà mai scomparire del tutto. La contemplazione libera dall’utilità ha ancora un valore e non può e non deve perderlo. Per quanto utili, funzionali, economiche le edizioni digitali non sono (ancora?) belle. È una considerazione semplicistica, me ne rendo conto, ma è una prospettiva irrinunciabile se crediamo ancora di voler preservare nel mondo, lo spazio dell’arte e dell’inutile. Mi permetto di citare il discorso di Montale, da lui tenuto in occasione del premio Nobel ricevuto nel 1975: «Nel mondo c’è largo spazio per l’inutile, anzi uno dei pericoli del nostro tempo è quella mercificazione dell’inutile alla quale sono sensibili particolarmente i giovanissimi…». Montale fa qui riferimento alla poesia, ma penso che l’interpretazione possa comprendere anche il concetto di bellezza. Il prodotto libro, infatti, ha un plusvalore artistico che è dato dalla sua forma, dal suo accompagnarsi ad altri simili e diversi su uno scaffale, al riprodurre e conservare un’espressione artistica collaterale e compagna del contenuto in sé (pensiamo alle serigrafie, alle copertine d’autore).

 piles_books

Liberiamoci, pertanto, dall’incalzare di una dialettica tra strumenti antichi e moderni. Adoperiamoli in ragione delle loro caratteristiche, sfidando le possibilità della nuova tecnologia, conservando il gusto di un’edizione cartacea. Visitiamo le biblioteche, e cerchiamo le offerte sugli store online. Scarichiamo gli ebook, compriamo dalla bancarella.

Scegliamo di non scegliere.

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