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Maturità 2016: fenomenologia di un Eco distorto

giugno 22, 2016

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Si è svolta oggi la prima prova degli esami di maturità. La tipologia A – analisi del testo – ha previsto un brano di Umberto Eco tratto dalla raccolta di saggi Sulla letteratura (2002).

Il testo selezionato è prima di tutto una riflessione sulla letteratura – come il titolo della raccolta di cui fa parte, del resto – e non propriamente un testo letterario. Azzardando, potremmo collocarlo tra quei testi che non sono scritti – come chiarisce lo stesso Eco nell’esordio del brano – gratia sui, ma che si collocano, invece, in un momento successivo; non per questo di scarso valore, anzi.

Ad accrescere le perplessità circa la bontà di questa scelta c’è poi il trattamento che è stato riservato al testo stesso. Il brano è stato tagliato in ben cinque punti, con la conseguente omissione di parti che – ed è qui l’inghippo – sono segni essenziali dello stile di Eco. Faccio un esempio:

«A che cosa serve questo bene immateriale che è la letteratura? Basterebbe rispondere, come ho già fatto, che è un bene che si consuma gratia sui, e dunque non deve servire a nulla. Ma una visione così disincantata del piacere letterario rischia di ridurre la letteratura allo jogging o alla pratica delle parole crociate – i quali oltretutto servono entrambi a qualcosa, vuoi alla salute del corpo, vuoi all’educazione lessicale. Quello di cui intendo parlare è quindi una serie di funzioni che la letteratura riveste per la nostra vita individuale e la vita sociale. La letteratura tiene anzitutto in esercizio la lingua come patrimonio collettivo».

La parte sottolineata è stata omessa ma è uno dei tratti più riconoscibili dello stile dei suoi saggi divulgativi. Eco ha avuto grande diffusione soprattutto per l’esilarante e intelligente mescolanza di toni alti e popolari (anzi: pop) con i quali è riuscito a intercettare l’interesse dei non addetti ai lavori. Quando Eco adopera le immagini popolari del jogging e dell’enigmistica, lo fa con l’intenzione – ricorrente – di alleggerire il discorso e consegnare al lettore immagini immediatamente comprensibili. Un altro esempio ci fa comprendere come Eco amasse inserire battute sagaci in contesti elevati, spiazzando il lettore e perciò stimolando anche la sua vigile attenzione è tratto da poche righe dopo:

«La lingua va dove vuole ma è sensibile ai suggerimenti della letteratura. Senza Dante non ci sarebbe stato un italiano unificato. Quando Dante, nel De vulgari eloquentia, analizza e condanna i vari dialetti italiani e si propone di foggiare un nuovo volgare illustre, nessuno avrebbe scommesso su un tale atto di superbia, eppure con la Commedia vince la sua partita. È vero che per diventare lingua parlata da tutti, il volgare dantesco ha impiegato alcuni secoli, ma se ci è riuscito è perché la comunità di coloro che credevano alla letteratura ha continuato a ispirarsi a quel modello. E se non ci fosse stato quel modello non si sarebbe forse neppure fatta strada l’idea di una unità politica. Forse è per questo che Bossi non parla un volgare illustre».

Se elimini dalla pagina di Eco le frasi ironiche, il gusto per il colpo d’effetto (il classico fulmen in clausula) cambi la natura del suo stile in modo sfacciato e ingiusto. Che si debba avere un approccio consapevole alle pagine autoriali lo scrive lo stesso autore proprio al termine del brano oggetto della prova:

«C’è una pericolosa eresia critica, tipica dei nostri giorni, per cui di un’opera letteraria si può fare quello che si vuole, leggendovi quanto i nostri più incontrollabili impulsi ci suggeriscono. Non è vero. Le opere letterarie ci invitano alla libertà dell’interpretazione, perché ci propongono un discorso dai molti piani di lettura e ci pongono di fronte alle ambiguità e del linguaggio e della vita. Ma per poter procedere in questo gioco, per cui ogni generazione legge le opere letterarie in modo diverso, occorre essere mossi da un profondo rispetto verso quella che io ho altrove chiamato l’intenzione del testo.»

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Passiamo alle domande. La comprensione del testo è affidata a questo imperativo: «riassumi brevemente il contenuto del testo». La formula varia nel corso degli anni (riassumi sinteticamente il contenuto del brano, 2015; dopo un’attenta lettura – ma dai! – riassumi il contenuto del testo, 2014 e 2013; riassumi tesi e argomenti principali del brano, 2012; dopo una prima lettura, riassumi il contenuto informativo del testo, 2011) e credo sia possibile notare una progressiva semplificazione, probabilmente dovuta allo stanco ripetersi della medesima indicazione: fai un riassunto del brano che hai letto. Uno studente coraggioso avrebbe potuto scrivere: «La letteratura è un potere immateriale, svincolato cioè da fini pratici, le cui ricadute più importanti risiedono nella capacità di formare la lingua, l’identità e la cultura di un popolo. Le opere letterarie, pur prestandosi a una libera interpretazione, richiedono profondo rispetto per l’intenzione del testo». Sono solo due periodi che, in fondo, non sono poi così difficili da mettere insieme e probabilmente rappresentano la risposta più adeguata all’avverbio brevemente contenuto nel quesito. Mi chiedo: quanti studenti sono così liberi da rispondere a un quesito solo con due frasi? Quanti commissari sono così intellettualmente onesti – e azzarderei: competenti – da premiare una risposta del genere?

Il secondo punto è la vera e propria analisi del testo, strutturata su cinque punti. Il primo quesito richiede di analizzare l’aspetto stilistico, lessicale e sintattico del testo. Abbiamo già spiegato come sia stata tradita l’intenzione del testo e stravolto lo stile dell’autore. L’analisi perciò diventa un esercizio fine a se stesso, un’esecuzione banale di quelle tre gorgoni chiamate conoscenze, abilità e competenze. Pare che per i governanti la conoscenza sia la più pericolosa.

Le successive quattro domande sono relative più alla comprensione che alla vera e propria analisi del testo, con un tono peraltro ripetitivo (spiega il significato, domanda 2; soffermati sul significato, domanda 3; spiega e commenta il significato, domanda 5). Le domande 2 e 5 sono le più interessanti ed entrambe, seppure con sfumature e punti di vista differenti, riguardano la questione della lingua, del resto accennata da Eco stesso in una delle parti tagliate dallo zelante redattore. In particolare, il primo quesito chiede di chiarire un periodo di Eco a proposito della connessione tra media di massa e letteratura colta nella formazione del cosiddetto italiano standard; la seconda, invece, chiede di commentare l’affermazione secondo cui la letteratura sia in grado di creare identità e comunità grazie al suo ruolo di formazione linguistica. Domande complesse e appassionanti ma che richiedono un grande controllo del tempo e una maturità della disciplina non facile da raggiungere; soprattutto, però, non sono domande di analisi del testo: al massimo di interpretazione o, con un po’ di sforzo, di comprensione.

L’ultimo quesito della tipologia consiste nell’Interpretazione complessiva ed approfondimenti. Al candidato è chiesto di scrivere un saggio:

«Sulla base dell’analisi condotta, proponi un’interpretazione complessiva del brano e approfondiscila con opportuni collegamenti ad altri testi ed autori del Novecento a te noti. Puoi anche fare riferimento alla tua personale esperienza e percezione della funzione della letteratura nella realtà contemporanea». La domanda è impegnativa e, a mio parere, vaga da una parte ed eccessivamente precisa dall’altra (chiede di fare riferimento solo ad autori del Novecento) e rischia di mettere in crisi i ragazzi soprattutto per quanto riguarda la scelta di altri testi cui fare riferimento.

Complessa ma almeno a fuoco è stata la proposta dello scorso anno, il cui brano guida era una lirica di Quasimodo:

«Le tematiche della fanciullezza, della memoria e della comunione con la natura si fondono nella poesia, accentuate da sapienti scelte stilistiche. Riflettendo su questa lirica commenta nell‟insieme il testo dal punto di vista del contenuto e della forma. Approfondisci poi l‟interpretazione complessiva della poesia con opportuni collegamenti ad altri testi di Quasimodo e/o a testi di altri autori del Novecento».

In questo caso, la scelta era ricaduta su un autore novecentesco familiare alla maggior parte degli studenti e la stessa domanda riportava termini chiave come fanciullezza, memoria e natura che suggerivano già verso quali autori (D’Annunzio, Pascoli, Ungaretti) orientare il proprio discorso. Nulla di tutto questo, invece, nella traccia odierna.

Quel che rimane, dunque, è la sensazione di avere assistito solo a un goffo e maldestro tentativo da parte del Ministero di rendere omaggio a Umberto Eco a pochi mesi dalla sua scomparsa. A questo punto, lunga vita a Fabio Volo.

 

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2 commenti leave one →
  1. M V permalink
    luglio 4, 2016 7:56 am

    Allcune osservazioni.
    Durante gli anni scolastici, il lavoro svolto sull’analisi del testo da noi docenti è per lo più serio;purtroppo tracce ministeriali di questo tipo lo sminuiscono. Le domande così poste tolgono scientificità al lavoro svolto in aula e lasciano spazio all’improvvisazione, alla soggettività dei ragazzi.
    Segnalo che il problema più grosso per chi ha dovuto correggere le prove sia stato garantire una valutazione oggettiva-scientifica dei lavori ( per la parte di analisi), e infatti i voti non sono stati corrispondenti alle valutazioni del triennio. Cosa può premiare un commissario esterno? Forse la creatività? Così è stato , nelle mie classi, ma il lavoro su cui avevo impostato il triennio verteva su scientificità e rigore nell’analisi.
    Va assolutamente denunciato il fatto che si trattasse di un passo con ampi tagli, pratica da condannare.
    Segnalo infine che la prova su Quasimodo presentata nell’intervento come modello di paragone risale al 2014, non al 2015; comunque in quella dello scorso anno si offrivano due tematiche (a scelta ) da ricollegare ad autori studiati (senza fare nomi), che sono risultate comunque abbastanza semplici.

    • amos83 permalink*
      luglio 4, 2016 12:22 pm

      Grazie per il prezioso intervento e per la precisazione finale. Il confronto e il dialogo tra colleghi mi arricchisce ed è un beneficio per la didattica.

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