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Danae e Perseo (Simonide, fr.543 Page)

dicembre 10, 2014

IMMIGRAZIONE: EMERGENZA IN CENTRO LAMPEDUSA,VERSO QUOTA 15OO

Perseo era figlio di Danae, figlia di Arcrisio re di Argo. A costui era stato predetto che sarebbe stato ucciso proprio da un nipote, figlio di Danae. Il re, allora, decise di rinchiudere la figlia in una stanza inaccessibile in modo che non potesse incontrare uomo. Zeus, però, innamoratosi di Danae, riuscì ad unirsi a lei sotto forma di una pioggia dorata. Dall’unione tra Zeus e Danae nacque Perseo. Il re, allora, decise di allontanare la figlia e il nipote, suo potenziale assassino, e li gettò in mare, rinchiusi in un’arca di legno chiusa con chiodi di bronzo. Il poeta Simonide di Ceo (VI-V a.C.) immagina che Danae avesse così pregato durante il viaggio per mare:

…quando in una cassa ben lavorata,
il vento soffiando e l’acqua agitata l’atterrivano,
con le guance non più asciutte,

stringeva Perseo tra le care braccia e diceva:
«Figlio, quale pena sopporto!
Tu dormi.
Dormi – perché sei ancora un bambino che si nutre di latte – in questo triste legno,
e disteso splendi nell’oscurità azzurra.
Non ti curi dell’acqua profonda dell’onda che passa sopra il tuo capo,
né dell’urlo del vento,
e stai con il bel volto nella veste di porpora.
Se il pericolo fosse per te un pericolo
allora ascolteresti le mie parole;
invece io prego: dormi, figlio mio; dorma il mare,
e dorma l’infinita sventura.
Da te, padre Zeus, giunga un cambiamento della sorte.
E se prego una preghiera sfrontata, lontano da giustizia,
tu perdonami».

Se volete sapere come va a finire, qui c’è il resto della storia.

L’immagine che ho scelto spiega cosa mi è venuto in mente traducendo il frammento.

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Considerazioni penultime su libri, ebooks ed altro

settembre 21, 2013

Ho appena acquistato su Google Play a 9.99€, un’edizione di un classico latino (Apuleio) a cura della UTET. Si tratta di un’edizione degli opera omnia il cui costo – per i volumi nuovi – si aggira sui 100€; l’opera, inoltre, risulta di difficile reperimento. Il costo dei due tomi usati è nettamente inferiore, per quanto resti complicato trovarli (su ebay ho trovato solo uno dei due volumi). La biblioteca della mia città (e dell’Università) possiede i due volumi di cui ho potuto fotocopiare alcune parti (come è facile intuire, si tratta di un’edizione piuttosto…voluminosa), ma per il tipo di ricerca che conduco mi serve averli a costante disposizione e, dunque, non solo in prestito né tantomeno in consultazione in loco.

 

Questa è la premessa esperienziale che mi ha indotto a voler mettere giù alcune considerazioni – necessariamente penultime – sul mondo degli ebook e dell’editoria digitale. Tralascio la querelle tra i bibliomani sensoriali e i fanatici della tecnologia, perché la trovo eccessivamente logora per dedicarmi, invece, ad alcuni punti su cui ritengo utile riflettere.

 Pendolo_ebook

La prima osservazione è di carattere metodologico: in questa fase, non ritengo appropriato considerare gli ebook come alternativa all’analogico tout court. Nella mia esperienza di lettore è capitato di leggere la stessa opera in più formati (Il pendolo di Foucault, di U. Eco; oggi, Il castello dei destini incrociati, di I. Calvino), in relazione alla contingenza del momento. Ho utilizzato, senza traumi e per comodità, il Kindle, l’iPad (attraverso l’app Kindle che sincronizza la lettura su dispositivi diversi) e il volume tradizionale (acquistato a 2€ da un ambulante). Non credo si tratti di un merito, ma di un normale desiderio di comodità.

 

Un’altra osservazione riguarda la necessità che i prodotti digitali acquisiscano sempre maggiore fruibilità ed efficienza. In questo senso, l’esperienza con cui ho aperto questo intervento è un utile esempio. La casa editrice UTET ha predisposto un’edizione pensata effettivamente per l’uso digitale e non una digitalizzazione di un prodotto già esistente. L’edizione di un classico in formato digitale comporta la difficoltà di rendere fruibile con immediatezza il testo originale e il testo tradotto, nonché le note di commento a piè di pagina o a fine capitolo. In questo caso, l’editore ha compiuto uno sforzo efficace rendendo il testo navigabile, ovvero adattando la forma al suo contenuto. È possibile lanciare una ricerca nel testo, le note sono dei link e la traduzione è consultabile cliccando sul testo originale. Considerazione non marginale: il costo è di 9.99€ contro i 100€ dell’analogico (nuovo). Un’operazione simile è da condurre anche su materiale più fluido, quali i romanzi: sempre maggiore possibilità di annotare il testo, di salvare in modo sicuro le proprie annotazioni.

 

Il terzo punto è, dunque, l’aspetto economico. Al momento, il risparmio nell’acquisto di un ebook è percepibile ma non in misura così determinante. In questa direzione ci sono delle novità, legate soprattutto alla grande distribuzione. Amazon, ad esempio, lancerà ad ottobre l’iniziativa matchbook, ovvero la possibilità di abbinare all’acquisto di un volume cartaceo il corrispondente ebook ad un prezzo irrisorio se non, in alcuni casi, gratuitamente. È una strategia che deriva dall’editoria musicale (almeno da una parte di quel mondo); alcune etichette, a me è capitato con SubPop, abbinano all’acquisto di un’opera in vinile, un codice attraverso il quale scaricare i file del disco (ovviamente, con l’acquisto di un CD i file audio si possono generare dal proprio computer senza particolari difficoltà). Una novità, infine, è rappresentata dal sorgere di iniziative quali Oyster, un programma che consente la lettura di libri digitali attraverso abbonamento: una sorta di Spotify per i libri, insomma. È una novità interessante che potenzialmente potrebbe modificare la nostra fruizione, la quale forse sarebbe condizionata ad esercitare un diritto acquistato mensilmente con lo stesso ricatto psicologico che conduce alcuni ad andare in palestra perché s’è già pagato l’abbonamento. L’esito di andare in palestra con regolarità è l’acquisizione di una migliore forma fisica, ma mi chiedo: è o non è un condizionamento della propria libertà?

L’ultima delle mie considerazioni penultime riguarda il concetto di bellezza. Credo che principalmente sia questa la ragione per la quale la forma tradizionale del libro non potrà mai scomparire del tutto. La contemplazione libera dall’utilità ha ancora un valore e non può e non deve perderlo. Per quanto utili, funzionali, economiche le edizioni digitali non sono (ancora?) belle. È una considerazione semplicistica, me ne rendo conto, ma è una prospettiva irrinunciabile se crediamo ancora di voler preservare nel mondo, lo spazio dell’arte e dell’inutile. Mi permetto di citare il discorso di Montale, da lui tenuto in occasione del premio Nobel ricevuto nel 1975: «Nel mondo c’è largo spazio per l’inutile, anzi uno dei pericoli del nostro tempo è quella mercificazione dell’inutile alla quale sono sensibili particolarmente i giovanissimi…». Montale fa qui riferimento alla poesia, ma penso che l’interpretazione possa comprendere anche il concetto di bellezza. Il prodotto libro, infatti, ha un plusvalore artistico che è dato dalla sua forma, dal suo accompagnarsi ad altri simili e diversi su uno scaffale, al riprodurre e conservare un’espressione artistica collaterale e compagna del contenuto in sé (pensiamo alle serigrafie, alle copertine d’autore).

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Liberiamoci, pertanto, dall’incalzare di una dialettica tra strumenti antichi e moderni. Adoperiamoli in ragione delle loro caratteristiche, sfidando le possibilità della nuova tecnologia, conservando il gusto di un’edizione cartacea. Visitiamo le biblioteche, e cerchiamo le offerte sugli store online. Scarichiamo gli ebook, compriamo dalla bancarella.

Scegliamo di non scegliere.

Considerazione sul metodo di studio

giugno 20, 2013

Alcuni spunti per un metodo di studio.

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un metodo di studio

Ricercare lirico

giugno 3, 2013

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Ricercare lirico – Tarantella #01

Quintiliano, Institutio Oratoria, X 7, 21

febbraio 28, 2013

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Qui stultis uideri eruditi uolunt, stulti eruditis uidentur.

Quelli che vogliono apparire colti davanti agli stolti, appaiono stolti davanti alle persone colte.

[non c’è bisogno di commento, immagino.]

Il canto delle Sirene [Od. XII, 166-167; 181-194]

ottobre 14, 2012

 

Tra i racconti avventurosi di Odisseo, l’episodio delle sirene è tra i più noti; ripreso dall’arte, dalle letterature di tutte le epoche, è divenuto il simbolo della tanto celebrata sete di conoscenza del nostro eroe. Cosa cercare di più allora, in questo passo omerico? come rendere nuovo, contemporaneo un discorso sulle Sirene.

Proviamo a distogliere lo sguardo dall’isola dalla quale Odisseo e i suoi compagni passeranno e guardiamoci intorno. Immediata è la domanda: cosa significano le Sirene, oggi? C’è – ci sono – mostri seducenti che ci attraggono? Quali sono? Qual è il loro nome?

Le sirene del modernismo, dell’efficienza, dell’immagine richiamano Odisseo, oggi. A quale albero potrebbe legarsi, con quali funi, con quali compagni? Non è esercizio retorico provare a rispondere a queste domande, per chiedersi su quale rotta proceda la nave della nostra esistenza.

Sul nome delle Sirene si sono esercitati a lungo gli studiosi: non ho trovato una spiegazione univoca, e tutte concorrono a tracciarne un disegno ricco e complesso.

Σειρῆνες [seirènes] da σειρά [seirà] che significa fune, corda: questa etimologia farebbe cappio delle Sirene, funi che afferrano e soffocano. Esattamente il contrario dei πείρατα, le corde che assicurano la vita di Odisseo. Ed è suggestivo immaginare Odisseo conteso da questi intrecci di fili: da un lato la tentazione che avvolge e soffoca, dall’altro la fune che assicura e salva.

Σειρῆνες da Σείριος [Sèirios] la stella del cane, il cui sorgere segna il culmine dell’estate, il tempo di bonaccia di vento e di mare, il pericolo più grande per chi ha fretta di tornare. Ma Sirio è anche la stella più luminosa del cielo notturno, la stella che attira gli occhi e il naso di chi guarda il cielo e non la mappa.

Σειρῆνες dall’ebraico shir canto [Shir HaShirim è il cantico dei cantici] se il nome concentrasse in sé la pericolosità di un in-canto.

Quale che sia la corretta etimologia del nome, le Sirene sembrano rappresentare tutto questo. La loro arma è il canto melodioso ed il suo contenuto. Soffermiamoci prima sulla forma. Il canto delle sirene è un λιγυρή ἀοιδή [ligyrè aoidè]; λιγύς [ligys] – λιγυρός è lo stesso aggettivo che Omero accosta alle Muse, alla phorminx dell’aedo, al canto degli uccelli: è acuto come il cinguettio, ed è chiaro, melodioso. Il canto delle Sirene è però anche μελίγηρυς [melìgherys], come il loto è μελιηδής [melihdès]; il suono crea dipendenza in chi lo ascolta, lo stordisce di dolcezza e calore, come il loto, come il vino. Il suono delle Sirene è un veleno dolce, più pericoloso perché leggero ed evanescente.

Dopo la forma, il contenuto. Le Sirene hanno un repertorio numeroso come i naviganti che le incontrano. Per ciascuno c’è una partitura personale, tessuta sui ricordi, sui punti deboli del marinaio. Nel caso di Odisseo, le Sirene accennano il motivo della guerra di Troia: lo stesso tema che vince la riservatezza di Odisseo alla corte dei Feaci. Ma, soprattutto, cantano il dono della conoscenza. Cogliere il canto è come cogliere la mela dell’Eden: conoscenza, tentazione, limite tra umano e divino. Ed è su quel limite che si gioca il destino di un eroe.

[*questo post è il testo di un mio intervento in occasione di Laboratorio Mitologico – Odissea Contemporanea, format ideato e presentato da SOS Beni Culturali; 13 ottobre 2012, Liceo Classico T. Campanella, Reggio Calabria].

Antichi e moderni

gennaio 23, 2012

Il titolo del post è molto generico, ma è utile per inquadrare qualche riflessione suscitatami da una suggestiva battuta di Martin West all’ultimo convegno cui ho partecipato. Per spiegare l’uso delle tavolette di cera, trovate in una tomba di V a.C. nei pressi di Atene (qui delle preziose informazioni per i curiosi) in cui era sepolto anche il papiro di cui avrebbe parlato, il professor West ha mostrato una celebre pittura vascolare in cui si vede chiaramente l’uso di questo strumento.

Il suo commento è stato:”vedete? sembrano un laptop”.

Sì, probabilmente noi classicisti ci divertiamo con poco, ma la battuta del professore (che da un rapido giro sul web mi sa che non è sua!) mi ha fatto pensare quanto interessante possa essere lo studio dell’antichità, in una prospettiva che vada a fondo, scoprendo, nella sua ricerca, paradigmi antropologici (se è lecito parlare di paradigmi) nei manufatti come nei testi.

Quanto sono condivisi i sentimenti espressi nella tragedie, quanto ci riconosciamo nei versi di Saffo e Archiloco? Parlando di strumenti musicali, quali problemi avrà avuto il suonatore di aulos nel dare la giusta forma alla sua ancia? Forse gli stessi che oggi hanno altri musicisti (fagottisti, oboisti…) che hanno a che fare con due capricciose palette di canna. C’è una sapienza manuale e una sapienza dello spirito che sgorgano dalla stessa fonte, da quei frammenti primi dell’umanità che in infiniti rivoli hanno percorso le generazioni del mondo.

Oggi le tavolette di cera sono il laptop da cui vi scrivo e la vibrazione di una corda è amplificata con segnali elettronici; i rotoli di papiro sono stati ricopiati nei codici che oggi chiamiamo libri e gli ebook li leggiamo tenendo una tavoletta in mano.

In una delle tante chiacchierate con un amico professore, forse con un tono un po’ agrodolce, abbiamo pensato che in fondo l’uomo non è cambiato poi molto. Gli è necessario un riparo, un’attività che gli procuri sostentamento e delle relazioni tribali/sociali.

Che altro, poi?

*l’immagine è tratta dall’archivio Beazley ed è un vaso a figure rosse attributo al pittore ateniese Douris (ca. 500-460 a.C.)