Una questione privata. Anzi due

Oggi è il 25 aprile ed è una ricorrenza diversa, per ovvie ragioni. La Resistenza l’ho conosciuta prima sulle pagine di Calvino, Pavese, Fenoglio, Vittorini e solo dopo, invece, sui libri di storia. Non ho neppure ricordi scolastici particolari, nonostante il Liceo Classico; anzi: quelli che poi sarebbero diventati libri mei peculiares li ho incontrati negli anni universitari e non so perché a scuola il Neorealismo nelle sue più fortunate declinazioni non mi abbia neppure lambito – o forse lo so, ma dopo così tanti anni il ricordo delle omissioni delle mie professoresse è sbiadito e non ne vale proprio la pena.

La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi , Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.

Beppe Fenoglio, Una questione privata

Non esito a dire che il mio romanzo della Resistenza – ma forse anche di più, forse semplicemente il mio romanzo – è Una questione privata. Per quanto di Fenoglio avessi già letto I ventitré giorni della città di Alba e Il partigiano Johnny, la lettura di questo romanzo è stata inaspettatamente emotiva. Il titolo concentra miracolosamente il punto della faccenda; la Resistenza diventa una questione privata – e viceversa – perché il partigiano Milton intraprende una sfida tutta personale per amore di Fulvia e si muove tra le insidie della Storia per liberare dai fascisti l’amico e rivale Giorgio: l’unico che può dargli risposte adesso che Fulvia è lontana.

È a suo modo eroico questo Milton che attraversa le colline spogliato di ogni retorica epico-partigiana; in un tempo in cui si combatte per sopravvivere e si resiste per tornare liberi, Milton è travolto nelle sue priorità e lascia che nasca per lui un mondo-nel-mondo in cui un amore geloso tiene svegli la notte più del timore dei fascisti. C’è tutto in questo romanzo: ci sono le Langhe innevate, il freddo, la fatica del camminare, il codice partigiano, c’è tutta la Resistenza più sincera e vivida. A ragione Calvino ritiene che Una questione privata sia il romanzo che meglio ne abbia serbato una memoria fedele:

C’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta […] e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione e la furia.

Italo Calvino

Con la scelta di un punto di vista così singolare e straniante, Fenoglio ha escogitato una nuova epica della Resistenza, facendone però cornice e non più oggetto, strumento non fine, metafora più che significato. Come scrive Gabriele Pedullà nell’introduzione all’edizione Einaudi: «Con Una questione privata, Fenoglio non ambisce più a rappresentare la Resistenza (come evento storico o come esperienza autobiografica) […]. ma si ripromette semmai di rappresentare attraverso di essa». Se già Calvino nel Sentiero dei nidi di ragno aveva adottato la prospettiva di un bambino sugli eventi partigiani, Fenoglio sembra proprio voler cambiare messa a fuoco, divagando dalle convenzioni di un genere che viene così condotto al suo esaurimento. L’epopea del partigiano Milton si anima pertanto di una poesia nuova – la più antica difficile del mondo – e ci fa suoi compagni di una resistenza minuscola eppure così incessante e feroce.

Buon 25 aprile.

La situazione è tragica (ma non è seria): l’Eracle(a) di Emma Dante al Festival di Siracusa

Ce ne andiamo desolati e piangenti

(Euripide,  Eracle 1427)

Il penultimo verso della tragedia euripidea racchiude in modo sintetico ed efficace i miei sentimenti – ma a giudicare dagli sguardi delusi di molti altri spettatori: non solo i miei – al termine dell’Eracle in scena quest’anno al Festival del teatro greco di Siracusa con la regia di Emma Dante. L’Eracle è la tragedia dell’eroe per antonomasia dell’antichità: Eracle che, ritornato inaspettatamente a Tebe dopo le dodici fatiche, scopre che tutta la sua famiglia – Megara, con i figli, e l’anziano padre adottivo Anfitrione – sta per essere sterminata da Lico, usurpatore che non vuole ostacoli al suo regno. L’eroe si sbarazza facilmente di Lico ma Hera – com’è noto ostile a Eracle in quanto frutto visibile dell’adulterio dello sposo Zeus – invia Iris e Lyssa perché lo facciano impazzire e lo spingano a uccidere i suoi congiunti. La tragedia si consuma e Eracle, accecato, si macchia del più grave delitto. Una volta rinsavito, sarà solo l’arrivo di Teseo a farlo desistere dal suicidio.

Considerato il numero di perplessità, ritengo più comodo in questa sede procedere per punti:

1 – L’esordio

La tragedia ha inizio con una processione di tutti i personaggi che si presentano agli spettatori uno per volta (io sono…, io sono…, io sono…) come se fossimo a una recita scolastica. L’esigenza di informare gli spettatori mi sembra piuttosto ridondante e fastidiosamente didascalica: considerata la potenza del testo drammatico, mi sembra un preoccupazione piuttosto infondata. E se un tale giro di presentazioni – tale era – non si poteva proprio evitare, possibile che la regista non sia riuscita a escogitare qualcosa di più interessante?  Ma andiamo avanti.

2 – Girl power: una tragedia al femminile

Tutti i protagonisti sono donne. Perché? In un’intervista per L’Espresso è la stessa Dante che ammette che non c’è un significato particolare:

[…] è soltanto un gioco teatrale: nel mondo antico erano solo i maschi a interpretare tutti i personaggi teatrali, anche quelli femminili. Qui io voglio ribaltare questa regola antica: tutte femmine a interpretare ruoli anche maschili. Nessuna provocazione però, nessuno scandalo, nessuna denuncia. Dopo di che è vero anche che, se una prospettiva può essere ribaltata, questa possibilità è politicamente rilevante in quanto tale. […]

Perché vuoi ribaltare questa regola antica? Che significa che è politicamente rilevante? Vuoi parlare del femminicidio? Qual è il messaggio? Nessuno, a quanto pare. Il femminismo per il femminismo, insomma. Mi verrebbe da chiedere alla somma regista come mai, allora, il coro di vecchi compagni di Anfitrione sia interpretato da soli uomini ma non voglio dilungarmi su questo punto dal momento che la questione sul genere degli attori è davvero la meno rilevante. Questo vuoto d’intenzione artistica, infatti, contagia naturalmente anche altri aspetti.

3 – De musica (ovvero La casta degli auleti)

Durante il giro di presentazione rulla un gruppo di tamburi; quando poi nelle battute iniziali Megara e i figli lamentano la loro condizione, la regista propone poche e tristi note di un pianoforte salvo poi passare a roba elettronica – techno (che novità! che provocazione! la techno durante una tragedia classica! abbasso la casta degli auleti!) per l’ingresso in scena Iris e Lyssa (belli i costumi tra l’altro); la compilation termina con una nenia musicalmente ripetitiva e male arrangiata composta per l’occasione. Raramente avevo sentito una proposta musicale così banale e disarticolata. Non finisce qui, purtroppo.

4 – La lingua, il linguaggio

Serena Barone, attrice che interpreta l’anziano padre di Anfitrione, non fa nulla per nascondere il forte accento siciliano che sconfina, talvolta, in toni sostanzialmente dialettali. Nessuno scandalo: nelle Supplici (2016), Moni Ovadia aveva scelto un originale pastiche linguistico tra siciliano e greco moderno. Si trattò di una scelta a mio parere azzeccata e comunque di una scelta. Se Anfitrione parla in siciliano, Megara (Naike Anna Silipo), invece, sembra appena uscita da un corso di dizione. I dialoghi tra loro due risultano surreali e il testo è svuotato di ogni vigore tragico. Non è chiaro, allora, il senso di questa operazione. Se si vuole intervenire sulla lingua, tanto vale farlo fino in fondo.

5 – Tragedia o commedia

Ho lasciato per ultimo l’aspetto che più di ogni altro disapprovo e che è l’esito naturale di quanto già descritto. Non ho capito se ho assistito a una tragedia o a una commedia. Come ho già detto, Serena Barone-Anfitrione mi ha ricordato a tratti Franco Franchi (Ciiiicciooo) o l’indimenticabile signora Leonida di Leo Gullotta. Altrettanto comica la figura di Eracle – attenzione: i tratti di comicità del personaggio Eracle sono ben noti nella tragedia classica, sia sufficiente considerare il personaggio nell’Alcesti di Euripide – il cui interprete Mariagiulia Colace pare però in preda ai demoni già al suo primo ingresso in scena. L’attrice si dimena senza posa, spalancando la bocca in una maschera neuropatica e agitando in continuazione la sua chioma come un cantante metal. E tutto questo ogni qualvolta è in scena fino al termine della tragedia. Il morbo pare contagioso, perché anche Teseo/a si lascia andare all’hair shaking. L’attrice priva l’eroe di ogni possibile sfumatura psicologica, rendendolo pazzo ben prima di impazzire e non credibile nelle battute finali in cui la pena e lo sgomento avrebbero meritato maggiore profondità. E invece: hair shaking!

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Nella gif, Eracle e Teseo nel corso di un commosso dialogo.

Conclusioni

Un disastro. La potenza di un testo tragico è tale che sbagliare così è davvero difficile. La colpa più grave della regista è non avere scelto un indirizzo chiaro e coerente fino in fondo. Qui non c’entra sperimentare o meno: qui si tratta di dare unità a un prodotto artistico. Emma Dante non c’è riuscita: probabilmente considerando sufficiente e chissà quanto sperimentale o travolgente la scelta – l’unica a quanto pare – di attrici femminili per ruoli maschili. Ma questo volgare espediente è stato utile solo per avere qualche titolo in più.

Catilina, il popolo e le elezioni

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Nella celebre monografia La congiura di Catilina, lo storico di I sec. a.C. Gaio Sallustio Crispo sceglie di soffermarsi sulle ragioni che hanno portato la plebe a sostenere il colpo di Stato organizzato da Catilina, senatore con un passato compromettente (aveva sostenuto la dittatura di Silla) e con un presente di successi non del tutto trasparenti. Ostacolato più volte nel tentativo di farsi eleggere console, Catilina scelse di ordire una congiura e tentare di conquistare il potere con la violenza e il sostegno di masse di scontenti. L’analisi di Sallustio è evidentemente parziale e la sua interpretazione dei fatti si presta a qualche critica osservazione (cfr. A. La Penna sul moralismo di Sallustio). Pur nella ferma intenzione di non far dire ai classici quel che i classici non dicono – o non possono dire – trovo che testi come questo siano utili per comprendere la natura di fenomeni che sembrano ritornare ciclicamente. Oggi alcuni politici fanno riferimento alle ragioni del popolo e lo aizzano contro una non meglio precisata élite rappresentata dalla classe dirigente (quella che, non senza ragione, era stata definita la casta).  Tuttavia, il consenso popolare talvolta si orienta su personaggi sinistri (aggettivo poco felice in questo contesto) che di questo sostegno abusa o potrebbe abusare.

Ecco il testo nella nota traduzione di Lidia Storoni Mazzolani:

«La plebe al completo, avida di cambiamenti, approvava l’iniziativa di Catilina. In questo atteggiamento, non si discostava dal suo costume: nello Stato, infatti, chi non possiede nulla immancabilmente invidia i benestanti e porta alle stelle i miserabili; detesta l’antico ordine, agogna alle novità. Esasperati per la loro situazione mirano a sovvertire ogni cosa; nei torbidi, nei disordini si trovano a loro agio, poiché la miseria rende immuni da perdite. Ma la plebe dell’Urbe, a dire il vero, si precipitava nell’avventura per molte ragioni: prima di tutto, quelli che in altri luoghi s’erano resi tristemente celebri per azioni disoneste e prepotenze, altri che avevano dilapidato vergognosamente i beni di famiglia, infine tutti quelli che avevano dovuto allontanarsi da casa per le malefatte e gli scandali, tutti erano affluiti a Roma come in una sentina. […] E quindi non c’è da meravigliarsi se uomini miserabili, di cattivi costumi, ma animati da immense speranze, gettavano allo sbaraglio se stessi e la Repubblica. Poi, c’erano quelli che avevano avuto i genitori proscritti da Silla e gli averi confiscati: menomati nei diritti civili, non aspettavano certo con animo diverso l’esito della guerra; poi, tutti coloro che appartenevano a correnti diverse dal senato, pronti a sovvertire lo stato pur di non perdere la propria posizione influente: fu così che dopo molti anni era tornato il male tra i cittadini».

 

 

Maturità 2016: fenomenologia di un Eco distorto

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Si è svolta oggi la prima prova degli esami di maturità. La tipologia A – analisi del testo – ha previsto un brano di Umberto Eco tratto dalla raccolta di saggi Sulla letteratura (2002).

Il testo selezionato è prima di tutto una riflessione sulla letteratura – come il titolo della raccolta di cui fa parte, del resto – e non propriamente un testo letterario. Azzardando, potremmo collocarlo tra quei testi che non sono scritti – come chiarisce lo stesso Eco nell’esordio del brano – gratia sui, ma che si collocano, invece, in un momento successivo; non per questo di scarso valore, anzi.

Ad accrescere le perplessità circa la bontà di questa scelta c’è poi il trattamento che è stato riservato al testo stesso. Il brano è stato tagliato in ben cinque punti, con la conseguente omissione di parti che – ed è qui l’inghippo – sono segni essenziali dello stile di Eco. Faccio un esempio:

«A che cosa serve questo bene immateriale che è la letteratura? Basterebbe rispondere, come ho già fatto, che è un bene che si consuma gratia sui, e dunque non deve servire a nulla. Ma una visione così disincantata del piacere letterario rischia di ridurre la letteratura allo jogging o alla pratica delle parole crociate – i quali oltretutto servono entrambi a qualcosa, vuoi alla salute del corpo, vuoi all’educazione lessicale. Quello di cui intendo parlare è quindi una serie di funzioni che la letteratura riveste per la nostra vita individuale e la vita sociale. La letteratura tiene anzitutto in esercizio la lingua come patrimonio collettivo».

La parte sottolineata è stata omessa ma è uno dei tratti più riconoscibili dello stile dei suoi saggi divulgativi. Eco ha avuto grande diffusione soprattutto per l’esilarante e intelligente mescolanza di toni alti e popolari (anzi: pop) con i quali è riuscito a intercettare l’interesse dei non addetti ai lavori. Quando Eco adopera le immagini popolari del jogging e dell’enigmistica, lo fa con l’intenzione – ricorrente – di alleggerire il discorso e consegnare al lettore immagini immediatamente comprensibili. Un altro esempio ci fa comprendere come Eco amasse inserire battute sagaci in contesti elevati, spiazzando il lettore e perciò stimolando anche la sua vigile attenzione è tratto da poche righe dopo:

«La lingua va dove vuole ma è sensibile ai suggerimenti della letteratura. Senza Dante non ci sarebbe stato un italiano unificato. Quando Dante, nel De vulgari eloquentia, analizza e condanna i vari dialetti italiani e si propone di foggiare un nuovo volgare illustre, nessuno avrebbe scommesso su un tale atto di superbia, eppure con la Commedia vince la sua partita. È vero che per diventare lingua parlata da tutti, il volgare dantesco ha impiegato alcuni secoli, ma se ci è riuscito è perché la comunità di coloro che credevano alla letteratura ha continuato a ispirarsi a quel modello. E se non ci fosse stato quel modello non si sarebbe forse neppure fatta strada l’idea di una unità politica. Forse è per questo che Bossi non parla un volgare illustre».

Se elimini dalla pagina di Eco le frasi ironiche, il gusto per il colpo d’effetto (il classico fulmen in clausula) cambi la natura del suo stile in modo sfacciato e ingiusto. Che si debba avere un approccio consapevole alle pagine autoriali lo scrive lo stesso autore proprio al termine del brano oggetto della prova:

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L’asino ascolta la lira

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«Il proverbio l’asino ascolta la lira è usato per gli ignoranti»: così Diogeniano (II secolo d.C.). L’espressione ha ovviamente numerose occorrenze a proposito delle quali fa il punto Erasmo nella celebre raccolta Adagia (335): «È per coloro che per ignoranza sono privi di giudizio e di orecchie grossolane». Una spiegazione più esplicita giunge qualche citazione dopo: «È per quelli che, pur senza capire nulla, tuttavia accennano con gesti e sorridono a chi parla come se capissero qualcosa. È affatto normale invero per un asino muovere le orecchie quasi facendo intendere che comprende pur senza avere udito alcunché».

A ciascuno la libertà di immaginare propri interlocutori passati o presenti.

 

(Le traduzioni del testo erasmiano sono tratte da Erasmo, Adagi, a cura di E. Lelli, Bompiani 2013. La miniatura asinus ad citharam è tratta da una bibbia francese copiata attorno al 1220 si tratta di Paris, BnF, Arsenal 4, fol. 155v).

Euripide, Eracle (673-686)

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«Non mi stancherò mai di accomunare
Grazie e Muse,
un connubio dolcissimo.
Che cos’è vivere senza l’arte?
Vorrei sempre corone per il mio capo.
Antico aedo, celebro ancora
Mnemosyne, intono ancora
l’inno trionfale per Eracle,
e intanto Bromio versa vino nelle coppe
e risuonano le melodie
della cetra a sette corde
e del flauto libico.
Mai abbandonerò le Muse:
mi hanno accolto nei loro cori».

Gli anziani di Tebe – coro della tragedia – lamentano di non poter soccorrere la famiglia di Eracle minacciata dall’usurpatore Lico a causa della loro età avanzata; nel farlo, rivendicano il dono del canto che li rende eterni compagni delle Muse. La traduzione è di Umberto Albini.